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Piccola storia dell'uomo che fu soltanto ricordo.

È successo come succedono tutte le cose.

Adesso, a volte, qualcuno incontra un oggetto che è appartenuto a quell’uomo e appena si può dire: questo era d’un tale.

Ma non si può precisare come era...

 

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Per esempio: esattamente quell’uomo, forse si può ricordare un gesto, una luce particolare che va di mano in mano, di gesto in gesto, fino a costituire tutta l’umanità. Quell’uomo amava la vita. E l’amava come l’amano quegli che sanno, profondamente, cosa è la vita. Voglio dire, amava la gente ed il suo mondo. Perché la gente ed il mondo che ci circonda quando li amiamo, sempre prendono un colore, una patina, un ritmo, una forma che ci è familiare, che è nostra. Per questo l’uomo amava la vita attraverso la gente ed il mondo. Per esempio: quell’uomo amava sua moglie. L’amava come chi ama un suo intimo specchio. Ma un giorno, non si sa perché per quale motivo, la donna cominciò a scappare attraverso gli specchi. Che è una forma terribile dell’egoismo, il finale tremendo di amare se stessi, in forma unica è per sempre. Così fuggendo alla fine la donna se ne andò definitivamente. Per esempio: quell’uomo amava suo figlio. Era il suo stesso braccio fatto radice. Ma il figlio com’è logico è cresciuto. E niente c’è di più simile agli uccelli che i figli. Per questo un giorno il figlio di quell’uomo, come tutti i figli e gli uccelli, se ne andò ad innalzare il proprio volo. Per esempio: quell’uomo amava la sua camicia. La sua camicia era bianca, come erano stati i suoi sogni, bianca come la comune idea della felicità. Però la camicia cominciò dall’orlo a sfilacciarsi come la felicità. Fino a che arrivò un momento che le rimase solo il collo. E l’uomo teneva quel collo come chi abbraccia il canto. Ma alla fine, anche quel canto suonò per l’ultima volta. E così quell’uomo incominciò a farsi pallido, ogni volta più diafano, fino a che una sera in una strada qualunque, di quell’uomo rimase solo il contorno. E fu la stessa sera, che un uccello che passava volando l’attraversò, ed il contorno dell’uomo se dissolse nell’aria.

Allora, quell’uomo diventò ricordo.

HAMLET LIMA QUINTANA

 

LA COLOMBELLA DI CARTA

Allora Pepe, non sapeva. Però una volta, come se fosse un miracolo, qualcuno gli fece una colombella di carta, una piccola colomba che agitava le ali con l’impulso del suo sangue e la sua ferma volontà di costruire. Il primo giorno, Pepe era allegro, felice, e pensava di avere una colomba viva fatta di piume e di canto. Era felice come soltanto possono essere felici, quelli che sanno che l’allegria è svegliarsi e vedere il sole. Quella notte, Pepe, appoggiò la colombella di carta sul suo cuscino. E nel preciso istante in cui si addormentò, in quel momento dove la vita e la morte sono amiche, che alla colombella nacque un sorriso. Si spaventò un po’, perché lei era di carta e non poteva sorridere. Nonostante questo, era successo. Il giorno dopo, Pepe era triste, molto triste. Pensava che la sua colombella era di carta e che mai avrebbe potuto essere una vera colomba fatta di piume e di canto. Ed era triste, con quella tristezza che hanno soltanto quelli che sanno che il dramma è un elemento quotidiano e che deve essere trasformato in conoscenza positiva per il nostro futuro. Quella seconda notte, Pepe, ritornò a mettere sul suo cuscino la colombella di carta. E nel preciso istante in cui s’addormentò, in quel momento dove tutte le cose si uniscono a un Dio universale, che alla colombella uscì una lacrima dal suo occhio sinistro, che era quello che vedeva meglio. Si spaventò un po’, perché lei era di carta e non poteva piangere. Nonostante tutto lo aveva fatto.

Il terzo giorno, Pepe, passò tutto il tempo parlando alla colombella. Le diceva: colombella, ho sognato che eri una colomba di piume e di canto. Ho sognato che te ne andavi volando sui colli e che i colombi tuoi fratelli, ti chiamavano e che te andavi via insieme a loro. Ho sognato che il tuo canto, svegliava i rami e le foglie degli alberi, nei quali con grande tenerezza, costruisti il tuo nido, visitato dalle nuvole.

Anche quella notte Pepe, mise la colombella sul suo cuscino. E nel preciso istante in cui s’addormentò, in quel momento nel quale l’amore è un punto equidistante fra tutta la vita passata e quella futura che la colombella sognò di essere un uccello vivo e cantò. E sognò che volava sui colli e che i colombi, suoi fratelli, la chiamavano e che lei partiva insieme a loro.

E che il suo canto meravigliava i rami e le foglie dell’albero nel quale era posato il suo nido di tenerezza, pieno di nuvole dove covava un amore enorme. Si spaventò molto perché lei era di carta e non poteva sognare. Nonostante, lo aveva fatto.

Il giorno dopo, quando erano trascorsi i tre giorni e le tre notti necessarie per fare il miracolo, dopo che Pepe gli aveva trasmesso a furia di amarla, tutta la sua allegria, il suo dolore e i suoi sogni, condizioni indispensabili per una vita vera, Pepe, s’avvicinò alla finestra con la colomba fra le mani e dissi:

Adesso la mia colomba di piume e di canto, volerà libera nel vento.

E una bella colomba, spiccò il volo verso il suo destino di libertà. E fu allora che Pepe, sentì che sapeva la verità.

HAMLET LIMA QUINTANA

 

LO SPAVENTAPASSERI

Era dura, vero, molto dura: Ma non importava allora. Per quello l’uomo lavorava la terra. Lavorava e lavorava, ma aveva il problema che dopo seminata, venivano gli uccelli e si mangiavano tutti i semi. L’uomo trovò finalmente la soluzione al problema: prese una vecchia camicia che aveva dentro tutti i sudori del suo lavoro, i pantaloni logori che avevano preso la forma di tutti i movimenti delle sue gambe, un cappello che aveva tutti i venti e i caldi solo quotidiani ed un paio di scarpe che avevano ricordi di tutti i sentieri che avevano passato insieme. Mise dentro la paglia del l’ultima raccolta e fece un bello spaventapasseri che piantò, come se fosse un albero , al centro del campo di grano. Gli uccelli, allora, rimanevano rispettosamente, fuori dal seminato. Perché lo spaventapasseri era opera dell’uomo e lo temevano. Tutto fu diverso. Il lavoro era duro, spossante, però trascorreva senza che si perdesse un solo seme. Successe che, poco dopo, arrivò un uccellino che non aveva paura, ed attraversò tutto il recinto. E non aveva paura, per la semplice ragione che non cercava i semi. Era un colibrì, colorato uccellino che per alimento non ha bisogno di altro che di ballare la sua danza sopra i fiori. Il colibrì arrivò e temerario, girò danzando intorno allo spaventapasseri. Così vide che la camicia aveva un buco nel lato sinistro del petto è pensò bene di usarlo per fare il suo nido, nel quale mise un unico uovo. Dopo partì , senza ritorno. L’uovo prese il calore del sole, della semina e dopo i tre giorni e le tre notti che servono per realizzare i miracoli, l’uovo s’aprì. Ma da lui non è nato un colibrì che felice danzava fra i colori è nato un cuore che faceva tic-tac come una danza sui fiori. Lo spaventapasseri visse dunque, con il cuore che gli aveva lasciato il colibrì. E lì incominciò il suo dramma: gli uccelli non lo temevano, perché aveva un cuore d’uccello. Lo spaventapasseri soffriva perché era incapace di cacciarli. Impossibile. Come farlo se li amava come soltanto può amare un cuore che vola? E piangeva la notte il suo fallimento, come spaventapasseri. Ma un giorno l’uomo che veniva dal seminare un angolo lontano, passandogli accanto lo spruzzò con il suo sudore. Il sudore del uomo passò attraverso la camicia, attraversò la paglia dell’ultimo raccolto, ed arrivò al cuore dello spaventapasseri. Così si è compiuta la sua vita, aveva cuore d’uccello e sangue del lavoro dell’uomo. E capì così, che il lavoro dell’uomo meritava rispetto. E alla fine, risolse la questione come soltanto risolvono i problemi le persone giuste, comperò un piccolo angolo di terra lì vicino e lo seminò perché mangiassero gli uccelli. Ed è per questo, che i colibrì se uno li guarda bene, sorridono ogni volta che passano accanto ad un spaventapasseri

HAMLET LIMA QUINTANA

LA DONNA DI CRETA

Tutto questo è successo in un paesino di gente che lavorava la creta. Uno di quei piccoli paesi, che ancora sopravvivono lottando contro la fame di ogni giorno, lungo la Cordigliera delle Ande.Tutti i suoi abitanti lavoravano la creta, come se fossero piccoli dei che danno la vita ad ogni cosa. Perché la creta è legata all'uomo da sempre , anche se non si vuole riconoscere in lei il passare del tempo. In questo paesino che vi racconto, abitava una donna che faceva i pezzi migliori, i più bei vasi "canterini", una specie di recipienti sonori che sembravano rinchiudere la luce. Come spesso succede in ogni luogo, da che esiste il mondo, un'altra donna che lavorava la creta, invidiava i vasi che creava la donna del miracolo. Quindi decise di agire e coerentemente con i suoi sentimenti, si trasformò in spia,per ricercare il segreto, per sapere se c'era un qualcosa di diverso nell'opera della donna della creta. Pazientemente aspettò ore ed ore, le stesse pazienti ore che impiegano le spie ed i delatori, nascosta davanti alla casa della sua rivale. Niente, non poté scoprire niente. Perché la creta era la stessa e la donna la amalgamava cantando, l'impasto era lo stesso e la donna lo lavorava cantando, la forma era la stessa e la donna accarezzava la creta cantando, la cottura era la stessa e la donna accendeva la legna cantando. Niente nemmeno nei colori, che sembravano sangue ed oro e che la donna dipingeva cantando, in tutto questo non c'era nessuna differenza. Disperata, la donna invidiosa rubò un vaso di luce della donna della creta e lo portò a casa sua per scoprire il suo segreto. Una volta sola , chiusa come si rinchiudono tutti quelli che non hanno il senso della bellezza della vita, del dialogo, della fratellanza e dello humour, ruppe il vaso con un solo colpo. L'uomo in fondo non è un così grande mistero. Succede che a volte non riesce a capire il senso delle cose e questo turba il suo modo di vivere. Un pensiero è più forte della storia, perché è capace di cambiare il corso della storia. E' per questo che dall'interno del vaso, da ogni pezzo che giaceva per terra, uscì melodioso il suono della donna che lavorava cantando. E noi sappiamo che fare le cose con amore, crea le cose migliori della nostra vita. Questo lo sa persino la mia vecchia zia, che dice che, quando Dio creò l'uomo sicuramente imparò a cantare.

 

HAMLET LIMA QUINTANA

RACCONTO CON NOME

Il cacciatore arrivò e armò la trappola. La trappola che lo contraddistingue, la trappola che lo identifica come nemico della libertà. Perché l'uccello è la libertà, la bellezza in piena libertà. E la trappola è la giustificazione del truffatore. Così, con questo senso, il cacciatore arrivò e armò la trappola. Armò la trappola ed aspettò. Si mise ad aspettare… aspettava pazientemente, perché aveva tempo. I truffatori hanno sempre tempo. Poco dopo si avvicinò una calandra, un uccello che rappresenta la libertà. E come tutti gli esseri liberi, l'uccello è innocente, e come un innocente cadde nella trappola. Il cacciatore quindi lo portò a casa sua e gli fece una bella gabbia colorata. La gabbia rappresenta il perfezionamento della trappola, la più fine ed acuta forma dell'odio,la giustificazione dei dittatori. Qualcuno chiude la gabbia per amore, dicono loro che è per amore; ma non è così,la gabbia è l'obbrobrio. La calandra che ha il più intenso senso della libertà e del canto, intendeva la gabbia solo come l'equivalente della morte. Però essendo un essere puro (condizione dei liberi) dal momento che entrò nella gabbia fece esattamente quello che fanno tutti gli esseri liberi: cantò, cantò ininterrottamente tre giorni e tre notti, tempo che fu necessario per compiere il miracolo. Al termine di questo tempo, la calandra si trasformò in un nastro di canto, e così, come canto puro ,passò attraverso le sbarre della gabbia e si alzò verso il cielo come un simbolo della libertà. In quello stesso istante, il vento dal sud, portava una bambina che sarebbe nata in un posto qualunque della terra. Il nastro di canto di libertà che era la calandra, portata dal vento, si posò dolcemente accanto alla bimba. E non è stato per caso che il nastro di canto di libertà che era la calandra, sia stato il primo giocattolo che ebbe la bambina. E così, giocando e giocando, quasi alla fine del viaggio, il vento passò attraverso i rami degli alberi. Si ascoltò il lungo sibilo del vento in mezzo ai flauti dei rami e delle foglie; e la bambina , che non sapeva niente, si spaventò, aprì la bocca e senza volerlo, inghiottì il nastro di canto di libertà che era la calandra. Per questo, alla sua nascita, tutti si stupirono al sentire che rideva e piangeva con la i,e si stupirono del suo modo libero di sognare, dopo le diedero un nome che suonava come un violino e la chiamarono Silvia. Da quel momento, tutto questo succede ancora agli uccelli e ai popoli.

HAMLET LIMA QUINTANA

C’è gente

Che, solo dicendo una parola,

accende l’illusione e i roseti,

che, solo con un sorriso negli occhi,

ci invita a viaggiare in altre zone,

ci fa esplorare tutta la magia.

C’è gente,

che, solo dando la mano, rompe la solitudine,

apparecchia la tavola, serve il minestrone, sistema i festoni.

Che, solo impugnando una chitarra,

crea una sinfonia dentro casa.

C’è gente che, solo aprendo la bocca,

arriva sino agli ultimi confini dell’anima,

alimenta un fiore,

inventa sogni,

fa cantare il vino nei tini

e si ferma poi, come se nulla fosse stato.

E uno se ne va come riconciliato con la vita,

cacciando via una morte solitaria,

poiché sa che, girato l’angolo,

c’è gente che è così, tanto necessaria.

 

Hamlet Lima Quintana

 

Il silenzio è sempre gravido di un futuro immediato

Il problema è non sapere se è un grido o una canzone 

 

Hamlet Lima Quintana

TRADUZIONI A CURA DI ROSA RODRIGUEZ

 
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