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Marina Abramović (Belgrado, 30 novembre 1946) è una artista serba, attiva nel campo della performance art.

Il nonno di Marina Abramović's era un patriarca della chiesa ortodossa serba. Dopo la morte fu proclamato santo e tumulato nella chiesa S. Sava a Belgrado. Entrambi i genitori furono partigiani durante la Seconda guerra mondiale: suo padre Vojo fu un comandante acclamato come eroe nazionale dopo la guerra; sua madre Danica fu maggiore nell'esercito e alla metà degli anni sessanta fu direttore del Museo della Rivoluzione e Arte in Belgrado. Abramović ha studiato presso l'Accademia di Belle Arti di Belgrado dal 1965-70. Ha completato la sua formazione all'Accademia di Belle Arti di Zagabria nel 1972. Dal 1973 al 1975 ha insegnato all'Accademia di Belle Arti di Novi Sad, mentre creava le sue prime performance. Nel 1976 Abramović lascia la Jugoslavia per trasferirsi ad Amsterdam. Nello stesso anno inizia la collaborazione e la relazione con Ulay, artista tedesco,nato tra l'altro nel suo stesso giorno. I due termineranno il loro rapporto dodici anni dopo,nel 1989, con una camminata lungo la Grande Muraglia Cinese: Marina decide di partire dal lato orientale della muraglia sulle sponde del Mar Giallo, mentre Ulay dalla periferia sud occidentale del deserto del Gobi. I due cammineranno novanta giorni per poi incontrarsi a metà strada dopo aver percorso entrambi duemila e cinquecento chilometri e dirsi addio. Negli anni '80 viaggia in Australia e nei deserti di Thar e del Gobi e in Cina; dal 1992 tiene workshop, conferenze, mostre personali e collettive in tutto il mondo fino a vincere nel 1997 la Biennale di Venezia con la performance “Balkan Baroque",dove per tre giorni Marina Abramovic ha grattato e pulito una montagna sanguinolenta di ossa di animale, cantando litanie e lamenti, tra video che celebravano la sua appartenenza ad un paese dilaniato dalle guerre in quegli anni.

Performances:

Rhythm 10, 1973

Nella sua prima performance la Abramović esplora elementi di ritualità gestuale. Usando venti coltelli e due registratori, l'artista esegue un gioco russo nel quale ritmici colpi di coltello sono diretti tra le dita aperte della mano. Ogni volta che si taglia, deve prendere un nuovo coltello dalla fila dei venti che ha predisposto, e l'operazione viene registrata. Dopo essersi tagliata venti volte, l'artista fa scorrere la registrazione, ascolta i suoni e tenta di ripetere gli stessi movimenti, cercando di replicare gli errori, mescolando passato e presente. Tenta di esplorare le limitazioni fisiche e mentali del corpo: “Una volta che sei entrato nello stato della performance, puoi spingere il tuo corpo a fare cose che non potresti assolutamente mai fare normalmente.” (Kaplan, 9).

Rhythm 0, 1974

Si presenta al pubblico di Napoli, posando sul tavoli vari strumenti, di piacere e dolore; fu detto agli spettatori che per un periodo di sei ore l'artista sarebbe rimasta passivamente priva di volontà e che loro avrebbero potuto usare liberamente quegli strumenti in quelle ore. Si era imposta tale prova in un tempo prefissato secondo una strategia di John Cage, adottata da molti altri artisti della performance allo scopo di dare un inizio e una fine ad un evento non lineare.
Ciò che era iniziato piuttosto in sordina per le prime tre ore, con i partecipanti che le giravano intorno con qualche approccio intimo, esplose poi in uno spettacolo pericoloso e incontrollato; tutti i vestiti della Abramovic furono tagliati con lamette; nella quarta ora le stesse lamette furono usate per tagliuzzare la sua pelle e da cui poter succhiare il suo sangue. Il pubblico si rese conto che quella donna non avrebbe fatto niente per proteggersi e che era probabile che venisse violentata; si sviluppò allora un gruppo di protezione e quando le fu messa in mano un'arma carica e il suo dito posto sul grilletto, scoppiò un tafferuglio tra il gruppo degli istigatori e quello dei protettori. Mettendo il proprio corpo in condizione di farsi male, la Abramovic crea un'opera molto seria nei confronti dell'arte, allo scopo di affrontare le sue paure circa il proprio corpo". UN SALTO NEL VUOTO: LA PERFORMANCE E L'OGGETTO, Paul Schimmel.

Rhythm 5, 1974

Abramović ha cercato di rievocare l'energia prodotta dal dolore, in questo caso usando una grande stella intrisa di petrolio, che l'artista accende all'inizio della performance. Rimanendo fuori dalla stella, Abramovic si taglia le unghie, le unghie dei piedi e capelli. Finita ognuna delle operazioni, getta i ritagli nelle fiamme, creando un'esplosione di luce ogni volta. Bruciando la stella a cinque punte vuole rappresentare una purificazione fisica e mentale, riferendosi contemporaneamente alle tradizione politiche del suo passato. Nell'atto finale della purificazione, Abramović salta attraverso le fiamme, spingendosi nel centro della grande stella. A causa della luce e del fumo che emana dal fuoco, l'osservatore non realizza che, una volta all'interno della stella, l'artista ha perso conoscenza a causa della mancanza di ossigeno. Alcuni membri del pubblico comprendono cosa è accaduto solo quando le fiamme arrivano molto vicino al corpo e lei rimane inerte. Un medico e vari spettatori intervengono per estrarrla dalla stella. Abramović più tardi commentò su questa esperienza: “Ero molto arrabbiata perché avevo capito che c'è un limite fisico: quando perdi coscienza non puoi essere presente; non puoi performare.” (Daneri, 29).

Art Must Be Beautiful, 1975

L’artista si spazzola i capelli per un’ora con una spazzola di metallo nella mano destra e contemporaneamente si pettina con un pettine di metallo nella sinistra mentre ripete continuamente “L’arte deve essere bella, l’artista deve essere bello” fino a quando si ferisce il volto e si rovina i capelli.

Lips of Thomas, 1975

In questa performance l'artista esplora all’estremo i limiti fisici del proprio corpo arrivando, tramite una serie di azioni, anche a superarli. La performer esordisce mangiando un Kg di miele con un cucchiaio d’argento, prosegue bevendo un litro di vino rosso e rompendo con la sua stessa mano il bicchiere. Poco a poco l’azione diventa più violenta, e culmina in atti di autolesionismo, come l’incisione di una stella a cinque punte che l’artista pratica con un rasoio sul proprio ventre: è un’immagine violentissima e cruda che diventa una vera e propria icona della Performance Art. Facendo riferimento a diversi temi propri della fede cristiana e a riti di purificazione e di autopunizione, la performer si fustiga e si distende su una croce composta di blocchi di ghiaccio e, mentre un getto d’aria calda diretta sul suo ventre fa sanguinare la stella incisa, il resto del corpo comincia a gelare. Gli spettatori, che non riescono a rimanere passivi dinanzi a una simile visione, intervengono togliendola di forza dallo stato di congelazione. La performence diventa un dialogo, un rapporto diretto di azione e reazione, tra la performer e lo spettatore che non può restare inattivo mentre assiste in prima persona all'azione ed è quindi psicologicamente costretto a reagire. La reazione dello spettatore diventa l’oggetto della performance.

Freeing The Body, 1975

Si avvolge la testa in una sciarpa nera e inizia a muoversi a ritmo di un tamburo africano, balla finché non è completamente esausta e cade per terra; la performance dura otto ore.

Freeing The Memory, 1976

L'artista rimane seduta con la testa reclinata all’indietro mentre pronuncia tutte le parole che è in grado di ricordare: parla prevalentemente serbo-croato, ma anche inglese e olandese. Recitando tutte le parole immagazzinate nella propria mente tenta di liberarsi della lingua acquisita intesa come convenzione comunicativa.

Freeing The Voice, 1976

L'artista giace supina con la testa reclinata all’indietro, in modo che il suo volto sia perfettamente visibile al pubblico, spalanca la bocca ed inizia ad emettere un unico suono atono. Inizialmente sembra un grido di richiesta di aiuto poi diviene più introverso e successivamente, incontrollato. Il senso della performance è da ricercarsi nell’istintivo rispondere al grido da parte del pubblico: la reazione dello spettatore diventa la performance stessa. Poi la sua voce vacilla, si trasforma in pesante respirazione ed infine muore. Il fisico è stato svuotato e l’annullamento del corpo segue quello della mente. La stessa Marina Abramović, in un’intervista relativa a questo lavoro dice: “Quando gridi in questo modo, senza interruzione, in un primo momento riconosci il suono della tua stessa voce, ma successivamente quando ti spingi ai tuoi stessi limiti la tua voce diventa un puro oggetto sonoro”. "Freeing The Body", "Freeing The Memory" e "Freeing The Voice" sono una serie di performances in cui Marina Abramović si prefigge il fine di purificare il proprio corpo e la propria mente e di scivolare in uno stato di incoscienza; nella prima muove incessantemente il proprio corpo fino a crollare a terra; nella seconda riprende parole dalla propria memoria fino a non ricordare più nulla e nella terza urla fino a perdere la voce.

Dragon Heads, 1990

L’artista è seduta immobile su una sedia circondata da un cerchio di blocchi di ghiaccio con cinque pitoni appoggiati sul corpo, sono lunghi 2, 3 e 4 metri e non sono stati cibati per le due settimane precedenti la performance. I pitoni si muovono intorno al corpo dell’Abramovic seguendo il suo flusso di energia.

Premi e riconoscimenti:

  • Leone d'oro, XLVII Biennale di Venezia, 1997
  • Niedersächsischer Kunstpreis, 2003
  • New York Dance and Performance Award (The Bessies), 2003
  • International Association of Art Critics, Best Show in a Commercial Gallery Award, 2003.
 
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